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Cosa si intende per Blue Economy? Quali sono le opportunità che genera?

Immaginiamo una qualsiasi zona del mondo in cui i pescatori locali sfruttano le acque per un ricco pescato; nello stesso luogo vi è anche un gruppo di ricerca che studia determinate teorie sul processo evolutivo mentre il settore turistico, sempre di questa data zona del mondo, risponde a un crescente interesse per quella che si configura come una fauna facilmente accessibile e di interesse notevole. Trovare un modo per bilanciare questi interessi, che per alcuni aspetti possono essere contrastanti, in un modo che consenta una crescita sostenibile ed equa è ciò che oggi chiamiamo Blue Economy.

 

L’economia blu fornisce cibo, lavoro, acqua ed è una fonte di crescita economica.

 

Fornisce il sostentamento a centinaia di milioni di persone tra le più povere e vulnerabili del mondo.

Secondo una stima, genera 3-6 trilioni di dollari per l’economia mondiale. Se fosse un Paese, l’economia oceanica sarebbe la settima più grande al mondo.

Ma gli oceani devono affrontare grandi sfide. Quasi un terzo dello stock ittico globale è sovrasfruttato.

I cambiamenti climatici stanno influenzando gli ecosistemi sia negli oceani che lungo la costa.

Lo sviluppo sfrenato nelle zone costiere sensibili crea un’erosione irreparabile.

L’inquinamento e i rifiuti marini provenienti da fonti terrestri e marine minacciano la salute dei nostri oceani, compresa la loro biodiversità, e possono generare gravi ricadute sull’approvvigionamento alimentare e comportare potenziali rischi per la salute umana attraverso la catena alimentare, sebbene non ancora ben compresi.

Ma il concetto di Blue Economy viene introdotto da un economista e imprenditore belga chiamato Gunter Pauli. Egli ha ideato un sistema di business che supera il concetto di Green Economy (azzeramento delle emissioni di carbonio) per guardare ad un mondo a zero emissioni, quindi al 100% sostenibile. Uno sforzo notevole per una sfida che ha dimensioni mondiali.
Per guidare questi sforzi, le Nazioni Unite, la Banca mondiale e altre 15 parti interessate hanno concordato un modo per inquadrare il concetto di Blue Economy al fine di creare un linguaggio comune che faciliti l’azione. Si è arrivati ad identificare cinque tipi di attività: raccolta e commercio delle risorse biologiche marine; estrazione e utilizzo di risorse marine non viventi; uso di forze naturali non esauribili e rinnovabili (energia blu); commercio oceanico e tutte quelle attività che contribuiscono indirettamente all’economia, come l’abbattimento delle emissioni, la protezione delle coste, lo smaltimento dei rifiuti e la biodiversità.

 

La via da seguire è uno sviluppo economico degli oceani che sia inclusivo e rispettoso dell’ambiente.

 

Ciò dovrebbe essere intrapreso in un modo che non esaurisca le risorse naturali dalle quali le società, intese anche come comunità locali, dipendono a lungo termine. Equilibrare la dimensione economica, sociale e ambientale dello sviluppo sostenibile in relazione agli oceani.
L’oceano è la prossima frontiera per molte attività di conservazione e sviluppo.

La crescita nelle aree marine protette e la gestione della pesca oltre che le iniziative di pianificazione dello spazio marino trovano sempre più spazio nei dibattiti nazionali ed internazionali. Questo crescente interesse coincide con le crescenti preoccupazioni per la sostenibilità e l’attenzione internazionale alla governance degli oceani.

Tuttavia, nonostante le crescenti preoccupazioni per i processi decisionali e le ingiustizie sociali, rimane inadeguata l’attenzione alle questioni di giustizia sociale ed inclusione nei processi di governance degli oceani. In un oceano in rapida evoluzione e progressivamente più affollato, dobbiamo imparare dagli errori del passato e identificare i modi per percorrere la giusta strada verso la sostenibilità.
Dobbiamo rompere con la mentalità passata tipica del “fare come si è sempre fatto” e pensare in modo diverso.

Dobbiamo sfruttare le nuove tecnologie in grado di offrire nuove soluzioni, come la tecnologia mobile che consente dati migliori sugli sbarchi e sulla salute degli stock ittici.

 

Dobbiamo integrare il pensiero a lungo termine nelle decisioni finanziarie utilizzando strumenti come la pianificazione dello spazio marittimo e la contabilità del capitale naturale.

 

Alla finanza internazionale dovrebbero essere offerti prodotti che consentano loro di contribuire, ad esempio attraverso obbligazioni blu.
Non solo, la Blue Economy è un modello di business che mira a produrre prodotti di migliore qualità a prezzi più bassi attraverso l’uso di rifiuti come input e tecnologie a bassa soglia ma intelligenti, creando così entrate e posti di lavoro.
Analizzando il funzionamento degli ecosistemi possiamo capire che sono la base di una Blue Economy.

Un sistema in cui i rifiuti di un processo metabolico agiscono come fonte per il successivo, ad esempio, i rifiuti di caffè che possono essere utilizzati per coltivare funghi e poi successivamente poter essere reimmessi nell’alimentazione animale per alimentare la produzione di biogas. In questo modo si minimizzano gli sprechi e le risorse, acquisendo un ciclo di vita più lungo, vengono utilizzate in modo più efficiente.
L’economia blu italiana impiega oltre 390.000 persone e genera valore aggiunto per circa 19,7 miliardi di euro.

Il settore turistico contribuisce per il 51,2% dei posti di lavoro, il 43% in termini di valore aggiunto e il 50% sul totale dei profitti (dati aggiornati al 2016).

Anche il trasporto marittimo fornisce un importante contributo alla Blue Economy generando il 13,3% di posti di lavoro, il 21% in termini di valore aggiunto e 24% del totale dei profitti. Complessivamente, i lavori basati sulla Blue Economy sono diminuiti del 6%, mentre la ricchezza generata ha registrato un aumento del 7% rispetto al 2009.

La maturazione e la sensibilità che la popolazione mondiale sta acquisendo circa queste tematiche si riflette anche sul piano imprenditoriale.

Molte imprese, infatti, investono concentrandosi sullo sviluppo di catene del valore sostenibili ed efficienti ad esempio nell’ambito della pesca e dell’acquacoltura, consentendo ai pescatori e agli agricoltori di accedere a input, tecnologie di produzione e post-raccolta oltre che infrastrutture migliori e maggiori competenze.

Inoltre si presta più attenzione alla gestione efficace degli ecosistemi acquatici, all’alimentazione, alle popolazioni indigene ed ai cambiamenti climatici. Infatti le comunità costiere, e in particolare gli Stati delle piccole isole, devono affrontare sfide uniche, tra cui minacce climatiche e ambientali estreme.

Il tessuto imprenditoriale delle Nazioni più sviluppate risponde alle esigenze di queste comunità, ad esempio ricostruendo i mezzi di sussistenza di coloro che sono fortemente colpiti da eventi catastrofici legati al clima.

Pertanto risulta, ed è globalmente riconosciuta, la necessità di lavoro per migliorare l’efficienza produttiva, ridurre gli sprechi, innovare e pianificare a lungo termine con nuovi strumenti di governo.

 

Walter Moladori

 

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